Lo sviluppo sostenibile nella politica italiana
Ieri, il nuovo segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon ha rivolto un messaggio ai partecipanti alla 24a sessione del Forum mondiale dei Ministri dell'ambiente in corso a Nairobi (Kenya).
Commentando l'ultimo rapporto dell'IPCC , il pannello di scienziati incaricato dalla comunità internazionale di studiare il fenomeno dei cambiamenti climatici, Ban Ki-moon ha rilevato che le prime vittime del riscaldamento globale rischiano di essere le popolazioni piu' povere, pur avendo esse ben poche responsabilità nel degrado ambientale del pianeta.
Ne prendiamo spunto, per tornare a scrivere su desertificazioni ed aridità, alcuni dei pericoli piu' gravi correlati al riscaldamento terrestre, per i loro effetti immediati sulla fertilità dei suoli e la produzione alimentare. I cambiamenti climatici concorrono infatti, insieme ad una gestione dei suoli spesso scriteriata (coltivazioni iper-intensive, disboscamento, pascolo eccessivo, forme di irrigazione insostenibili, ecc), all'accelerazione dei fenomeni di desertificazione.
L'influenza umana nella desertificazione è espressamente riconosciuta dalla Convenzione delle Nazioni Unite sulla desertificazione, stipulata nel 1994 a Parigi, laddove è definita come "il degrado delle terre nelle zone aride, semi-aride e sub-umide secche, provocato da diversi fattori, tra i quali le variazioni climatiche e le attività umane".
L'immediata conseguenza della desertificazione di terre, prima fertili, è l'impossibilità di condurvi attività agricole, con la conseguente necessità, per masse sterminate di persone, di spostarsi alla ricerca di una nuova terra da coltivare ed abitare.
Per l'homo urbanus è un fenomeno razionalmente comprensibile, ma apparentemente lontano, difficile da percepire nella sua drammatica attualità.
Ma per quella parte consistente della popolazione terrestre che vive fuori dale città, sopravvivendo grazie a semplici attività agricole, le piogge, la disponibilità d'acqua e la fertilità dei suoli sono una questione di vita o di morte.
Ogni volta che una fetta di terra è divorata dalla desertificazione, intere popolazioni devono progressivamente spostarsi.
Secondo i dati dell'UNEP (Programma per l'ambiente dele Nazioni Unite), un quarto delle terre del mondo è affetto da fenomeni di desertificazione, col coinvolgimento, in varia misura, di ben 100 Stati nazionali e di ormai oltre un miliardo di persone. Le zone a rischio sono invece pari al 35% delle superficie terrestre.
Dal Kalahari africano al Sonora in Messico, dall'Australia al Texas, dall'Europa meridionale alle immense zone aride dell'ex Unione Sovietica e della Cina, la desertificazione è un problema reale, visibile, verificabile.
Ogni anno 6 milioni di ettari di terre diventano aride, con effetti nefasti sulla produttività dei suoli delle aree vicine.
Secondo l'UNCCD (Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione), 135 milioni di persone rischiano di trasformarsi in profughi ambientali.
Il dramma della desertificazione accentua il rischio di conflitti regionali, soprattutto in Africa, legati al controllo ed all'utilizzo delle risorse naturali.
Nel 2004, due allarmi analoghi furono lanciati da enti molto diversi.
Il primo da parte dell'UNEP, con Steve Lonergan, direttore della sezione Allarmi e valutazioni di rischio che cerco' di richiamare l'attenzione sul legame tra gli effetti dei cambiamenti climatici e l'aumentata conflittualità di alcun regioni del pianeta: "Già oggi", scrisse "la mancanza d'acqua è una causa sotterranea di conflitto tra Siria e Israele, e tra Israele e i Palestinesi. E problemi ambientali sono fattori d'attriti politici in molte nazioni, dalla Repubblica democratica del Congo a Haiti".
Il secondo, da parte da parte dell'Office of Net Assessment del Pentagono: doveva essere un documento riservato, ma in qualche modo fini' nelle mani dei giornalisti dei settimanali Fortune (americano) e The Observer (inglese) che ne resero parzialmente pubblici i contenuti.
Successivamente, il rapporto fu reso pubblico dai suoi autori materiali, Peter Schwartz e Doug Randall. Intitolato "An Abrupt Climate Change Scenario and Its Implications for United States National Security" (qui il testo del rapporto, in inglese), vi si legge che, a causa dei cambiamenti climatici, occorre attendersi milioni di morti, in conseguenza di fenomeni di accresciuta povertà e di piu' aspri conflitti per il controllo delle risorse naturali.
Quanto alla situazione italiana, il progetto "Predisposizione di un Atlante Nazionale delle aree soggette a desertificazione", realizzato nel 2004 dal Centro Nazionale di Cartografia Pedologica su impulso del Ministero per l'ambiente, ha portato all'elaborazione di un rapporto (qui il documento PDF) che evidenzia situazioni di crisi nel sud della Sicilia e della Sardegna, e nelle Puglie, con zone a rischio anche nella Pianura del Po e nell'Emilia Romagna.
A piu' di 10 anni dalla Convenzione ONU per combattere la desertificazione, non si registrano pero' passi avanti significativi. Se infatti è relativamente facile identificare e descrivere i fenomeni di crisi, ben piu' arduo è prospettare soluzioni e soprattutto attuarle, soprattutto quando occorrerebbe intervenire in Paesi già fortemente destabilizzati dalle guerre e spesso guidati da regimi inetti e corrotti.