Nucleare: nuova impennata del prezzo dell'uranio
Pubblicato da Rosario Mastrosimone alle 15:39 in Energia
Prima o poi anche i piu' miopi sostenitori del nucleare si accorgeranno che gli impianti a fissione richiedono materie prime: in primis uranio (isotopi) e immense quantità d'acqua. E che, oltre al problema sicurezza, oltre alle scorie radioattive, la questione dei costi, insostenibili, dell'opzione nucleare si incrocia con la limitatezza delle riserve planetarie di uranio estraibile ed utilizzabile, e con i rischi correlati alla sua estrazione (radon).
Non si parla mai del prezzo dell'uranio, eppure la sua continua crescita dovrebbe far riflettere. Costava 20 dollari nel gennaio 2005, 37 nel gennaio 2006, 55 nell'ottobre 2006. Oggi siamo ormai ad 85 dollari.
Secondo le stime dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomiche, sul pianeta ci sono riserve di uranio per 4,7 milioni di tonnellate. E' una stima probabilmente ottimistica, elaborata da un'organizzazione che ha tutto l'interesse a promuovere l'opzione nucleare, ma ipotizziamo sia corretta. Anzi, con un ulteriore slancio di ottimismo, gonfiamola ancora un po', fino a raggiungere la cifra di 5 milioni.
Dove si trovano queste 5 milioni di tonnellate? Oggi gran parte dell'uranio è estratto in Australia, Kazakhstan e Canada, con miniere già in parte sfruttate, inevitabilmente destinate all'esaurimento. Giacimenti di uranio si trovano anche in Congo, Namibia, Uzbekistan, Niger, Zimbabwe, Nigeria, che in prospettiva futura saranno i maggiori produttori mondiali di uranio. Tutti Stati ad alta instabilità politica.
L'avvio di nuovi processi di estrazione richiede molti anni, è laborioso, rischioso, sempre ricco di punti interrogativi, a maggior ragione nelle aree di crisi, ma con un altro slancio d'ottimismo, ipotizziamo che lo sfruttamento di queste miniere possa iniziare rapidamente e senza intoppi, contribuendo cosi' a temperare la crescita del prezzo dell'uranio.
Nel mondo è già stata pianificata, nei prossimi tre decenni, la costruzione di qualcosa come 251 nuovi reattori nucleari, con un boom di nuove centrali in Giappone, Cina, Russia, Stati Uniti, Francia, India, Pakistan e in parte del Medio Oriente.
Ogni reattore richiede 600 tonnellate di uranio per il completamento e l'attivazione del processo nucleare, ed ulteriori 150 tonnellate (dato sottostimato, giacché molte centrali attive consumano 200 tonnellate l'anno) per ogni anno di attività. I reattori di nuova generazione dovrebbero avere una vita di circa 60 anni.
Le centrali già attive sono circa 450.
Servono circa 150'000 tonnellate di uranio per avviare i nuovi reattori previsti e circa 2,3 milioni di tonnellate per mantenerle attive per 60 anni.
Ma ci sono anche le centrali già in funzione. Ipotizziamo di mantenerle in funzione per 60 anni, sostituendo i reattori vecchi con reattori nuovi. Servono circa 4,2 milioni di tonnellate.
In totale, tra centrali già attive, e centrali previste, utilizzando i dati piu' ottimistici sia sulle riserve sia sui consumi, per alimentare tutti questi 700 reattori nei prossimi 60 anni occorrerebbero 6,5 milioni di tonnellate. Una prospettiva ancora piu' assurda se si immagina che centrali nucleari possano cominciare a nascere anche in Africa.
Cosi' il prezzo dell'uranio è quadruplicato in due anni, nel piu' totale silenzio dei media. Solo nell'ultima settimana, il prezzo è cresciuto di oltre il 10%.
L'industria nucleare è un'industria sussidiata, regge e va avanti non perché produca profitti, ma perché gli Stati la finanziano con i denari dei cittadini.
Lasciata al mercato, l'industria nucleare morirebbe, per gli eccessivi costi degli impianti. Gli interventi salvifici dei governi, per evitare il fallimento di società para-pubbliche create per la gestione degli impianti nucleari (si pensi alla British Energy) lo dimostrano in modo difficilmente contestabile.
La crescita, inevitabile, del prezzo dell'uranio renderà necessari sempre piu' pesanti finanziamenti pubblici in tutti i Paesi che puntano sul nucleare.
Puntare sul nucleare significa esporsi ad una nuova forma di dipendenza dall'estero, in nome di una tecnologia senza futuro, a causa della scarsità delle materie prime.







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