Lo sviluppo sostenibile nella politica italiana
La politica estera è un tema che tradizionalmente interessa particolarmente i politici e i giornalisti, ma che per molti elettori non è prioritario. La campagna elettorale per le Primarie 2008 non fa eccezione a questa regola, con la conseguenza che i dibattiti televisivi si sono spesso focalizzati sulla guerra in Iraq, la situazione internazionale ed il terrorismo fondamentalista, marginalizzando le tematiche economiche e sociali, nonostante la maggioranza dei sondaggi abbiano evidenziato come la prima preoccupazione degli elettori sia proprio l'economia.
La politica estera è comunque, insieme ai cambiamenti climatici, l'argomento che piu' da vicino tocca gli interessi degli europei, se non altro perché le scelte della Casa Bianca hanno effetti immediati e visibili sull'intero assetto internazionale.
Le posizioni di politica estera espresse dai candidati rimasti in lizza sono estremamente variegate e, come vedremo, a meno che non prevalga Mitt Romney, prefigurano un drastico cambiamento di rotta da parte della Casa Bianca.
Avvertenza: i candidati si sono spesso contraddetti nel corso della campagna elettorale, talora ammorbindendo o rettificando le loro posizioni in funzione dell'elettorato dei singoli Stati e dell'evoluzione delle singole crisi. Quanto segue rispecchia alcune delle posizioni espresse dai candidati negli ultimi mesi, ma non tutte le loro posizioni e non necessariamente le loro, talora indecifrabili, reali intenzioni.
Tra i Democratici, Hillary Clinton e Barack Obama sono favorevoli ad un progressivo ritiro dall'Iraq, poiché ritengono che la crisi possa risolversi solo attraverso una piena assunzionedi responsabilità politica da parte delle forze politiche irachene. La Clinton promette di completare il ritiro entro il 2013, Obama entro la metà del 2010: chi si attende un ritiro completo ed immediato dovrà pazientare ancora.
Sulla crisi con l'Iran, Hillary Clinton è favorevole ad una soluzione diplomatica, ma esclude la possibilità di incontrare il Presidente Ahmedinejad. Considera possibile anche l'uso della forza, ma solo dopo un voto favorevole del Congresso, ed ha votato a favore dell'inclusione dei Guardiani della rivoluzione tra le organizzazioni terroristiche. Obama è favorevole a negoziati diretti ed anche ad un incontro con Ahmedinejad, ritiene possibile l'uso di sanzioni economiche e considera l'uso della forza un'opzione cui ricorrere solo in caso di reale e grave minaccia. Obama si è opposto all'inclusione dei Guardiani della rivoluzione nella lista delle organizzazioni terroristiche.
Entrambi sono a favore della prosecuzione dell'impegno in Afghanistan, con Obama che ritiene che la guerra in Iraq abbia sottratto risorse militari alla ricerca di Bin Laden e delle sue milizie.
Entrambi ritengono che gli Stati Uniti debbano essere piu' coerenti in politica estera, propugnano un maggior impegno per il Darfur e maggiori pressioni su Musharraf per il ritorno alla democrazia in Pakistan, si oppongono all'uso della tortura sui presunti terroristi. Barack Obama ha espresso l'auspicio di una maggiore attenzione degli Stati Uniti per l'Africa , in particolare attraverso una maggior cooperazione economica con le democrazie africane funzionanti.
Tra i Repubblicani, tutti, tranne Ron Paul, sono favorevoli alla prosecuzione dell'impegno militare in Iraq fino alla piena stabilizzazione del Paese.
John McCain ha aspramente criticato la strategia di Dick Cheney, ritenendo necessario un aumento del numero di uomini impiegati sul terreno. Alla fine la Casa Bianca ha cambiato strategia, adottando le proposte di McCain.
McCain, a chi gli chiedeva provocatoriamente se non fosse stato un errore continure a combattere una guerra iniziata sulla base di informazioni di intelligence poi risultate errate, ha risposto che foss'anche stato un errore iniziarla, oggi gli Stati Uniti hanno il dovere di restare per vincerla, e consegnare agli iracheni un Paese stabile e governabile, richiamando la metafora secondo cui chi rompe un bicchiere ha il dovere di rimetterne assieme i pezzi.
McCain ritiene opportuno accelerare il processo di democraticizzazione del Pakistan ed ha ventilato la possibilità di ritirare il supporto statunitense a Musharraf se questi non dovesse fare la sua parte nella guerra al terrorismo. Tuttavia, successivamente ha preso le difese di Musharraf, in contrapposizione agli attacchi al dittatore da parte dei candidati democratici. E' contrario all'uso della tortura, anche nell'imminenza di un possibile attacco all'America, perché la considera inefficace e perché racconta di averla subita lui stesso, all'epoca della guerra in Vietnam, e di ritenerla contraria allo spirito americano.
Sull'Iran, è favorevole ad una soluzione diplomatica ed a negoziati diretti col regime di Teheran, in accordo coi Paesi europei, ed eventualmente all'irrogazione di sanzioni economiche. Non esclude l'opzione militare, ma solo col consenso del Congresso e preferibilmente in ambito ONU, e non ha appoggiato all'inclusione dei Guardiani della rivoluzione nella lista delle organizzazioni terroristiche.
Mike Huckabee è favorevole alla prosecuzione dell'impegno militare in Iraq ed Afghanistan, fino alla vittoria. Si oppone all'uso della tortura, anche in situazioni di immediata minaccia all'America ed in passato ha suscitato un vespaio di polemiche definendo arrogante la politica estera di George Bush e paragonando lo stesso Bush a Parvez Musharraf.
Sull'Iran, ritiene opportuno seguire l'opzione diplomatica, anche attraverso negoziati diretti con Ahmedinejad, è favorevole all'uso di sanzioni economiche e considera possibile un'azione militare unilaterale anche senza un voto del Congresso, qualora la tempistica dell'emergenza lo richiedesse. Sul Pakistan, ritiene necessario aumentare le pressioni su Musharraf al fine di favorire la democraticizzazione del Pakistan, eventualmente riducendo i finanziamenti statunitensi, ma spesso ha dato l'impressione di avere una conoscenza davvero approssimativa della situazione pakistana.
Ron Paul è contrario a qualsiasi missione militare all'estero, propone l'immediato ritiro delle truppe da Iraq, Kuwait, Afghanistan, Europa ed Arabia Saudita. Considera che gli attentati dell'11 settembre siano figli della politica estera interventista della Casa Bianca, ritiene che l'interventismo sia una prerogativa tradizionale dei Democratici, ma non dei Repubblicani, e che i Repubblicani debbano riscoprire i valori dei Padri Fondatori. Rigetta ogni forma di intervento umanitario e considera che la Casa Bianca debba limitarsi a difendere il territorio americano da eventuali attacchi reali, senza avventurarsi in guerre preventive. Si è opposto all'inclusione dei Guardiani della Rivoluzione iraniani nella lista delle organizzazioni terroristiche.
Mitt Romney è favorevole alla prosecuzione dell'impegno militare in Iraq ed Afghanistan, sostiene pienamente l'amministrazione Bush e tutte le sue scelte di politica estera. Ritiene necessario isolare economicamente e diplomaticamente l'Iran, e rigetta l'idea di negoziati diretti. Considera possibile un'azione militare se l'Iran non darà garanzie su un totale abbandono del suo programma nucleare militare e dubita dei rapporti di Intelligence secondo cui l'Iran avrebbe abbandonato i piani del nucleare bellico nel 2003. Considera eccezionalmente ammissibile l'uso della tortura pur di garantire la sicurezza degli Stati Uniti. Ritiene che la politica estera dela Casa Bianca debba subordinare l'esportazione della democrazia alla sicurezza dell'America e dei suoi alleati: conseguentemente sostiene Musharraf in Pakistan e considera sbagliato criticarlo per la sua strategia politica interna, perché lui è un amico dell'America.
Ritiene che la Casa Bianca debba scoraggiare le aziende e gli investitori americani, e dei Paesi alleati, dall'investire nei Paesi nemici. Tuttavia, lo stesso Romney e sua moglie hanno investito alcuni milioni in aziende come la russa Gazprom e la cinese Cnoop che partecipano a diversi progetti di oleodotti e gasdotti in Iran.