Lo sviluppo sostenibile nella politica italiana
L'Europa ha oggi, nei confronti di Israele, un approccio paragonabile a quello del marito afflitto dai sensi di colpa verso la moglie tradita.
L'Europa ha tradito gli ebrei. Lo ha fatto in modo mostruoso ed evidente con l'istituzionalizzazione dell'antisemitismo dei regimi nazista e fascista, e con le politiche di assimilizzazione dell'Unione Sovietica. Lo ha fatto anche, nei primi anni del nazi-fascismo, con la complice inerzia delle democrazie occidentali verso l'emersione dell'antisemitismo non solo in Germania ed in Italia, ma praticamente in tutta Europa e negli stessi Stati Uniti. Ha continuato a farlo, anche durante la seconda guerra mondiale, con le ambigue relazioni di troppe grandi banche ed aziende con i regimi nazi-fascisti. Ed ha ancora continuato a tradire gli ebrei favorendone l'esodo dall'Europa verso la Palestina senza prima affrontare il nodo della convivenza con le popolazioni palestinesi della regione.
Le forze politiche e sociali europee, con eccezione di alcune aree di pensiero, sembrano vivere questo senso di colpa collettivo come un'autentica ossessione, ed oggi si comportano come il marito in colpa verso la moglie tradita, tentando di soddisfarne ogni richiesta ed ogni bisogno, indipendentemente da qualsiasi valutazione oggettiva. E poco importa che siano passati ormai piu' di 60 anni, poco importa che i responsabili del genocidio ebraico siano in gran parte morti da tempo, perché è bene che l'Europa non dimentichi i crimini commessi nella sua storia contro gli ebrei. Quello stesso senso di colpa rischia pero' anche di accecarci, fino a non farci capire le reali dimensioni della tragedia palestinese.
Cosi', i diritti dei palestinesi sono messi in secondo piano rispetto alle paure di Israele, ben oltre la realtà dei fatti, perché l'Europa sente di essere in debito verso Israele e verso gli ebrei, e di dover prendere le loro parti praticamente sempre, qualsiasi cosa accada.
E' una sorta di pensiero unico, da cui si distanziano quasi solamente alcuni settori dell'estrema destra e della sinistra radicale, spesso peraltro attraverso azioni inutilmente idiote: dalle bandiere bruciate alla profanazione dei cimiteri ebraici, senza dimenticare certi slogan e certe scritte di carattere spiccatamente antisemita che continuano ad apparire nelle nostre città.
Cosi' oggi, il dibattito su Israele, sulla sua storia e sull'interminabile conflitto israelo-palestinese finisce quasi sempre per trasformarsi in uno sterile scontro tra chi, aprioristicamente, sta sempre dalla parte di Israele e chi invece si schiera sempre da quella dei palestinesi, cedendo peraltro, e non di rado, alla tentazione dell'antisemitismo e del revisionismo storico.
Cosi', la Fiera del libro di Torino, che quest'anno ospita Israele come Paese ospite d'onore, da grande appuntamento culturale dedicato alla letteratura si è trasformata in terreno di scontro tra filo-israeliani e filo-palestinesi. I secondi, in nome della tutela dei diritti del popolo palestinese, stanno boicottando in vario modo l'evento, attirandosi gli strali dei primi che ricordano, quasi meccanicamente, tutto quanto di positivo puo' apprezzarsi dello Stato di Israele: dalla laicità al pluralismo, dalla democrazia alle libertà individuali.
Quel che non sembra mai possibile, quando si parla di Israele, è discuterne serenamente, anche in chiave storica, senza cadere vittime della logica binaria amico-nemico. Io credo si debba poter essere amici sia degli israeliani che dei palestinesi, senza necessariamente schierarsi, e con la libertà di poter criticare entrambe le parti per la loro scarsa propensione al dialogo ed al compromesso.
Prevale invece la logica binaria. Esemplari della prevalenza di questa logica amico-nemico, soprattutto in un certo mondo politico e giornalistico, sono alcuni editoriali apparsi sulla nostra stampa negli ultimi giorni.
Ne ricorderei almeno uno, che mi ha particolarmente colpito per come il suo autore finisca letteralmente col reinventare la realtà socio-politica, pur di dar maggior forza alle proprie argomentazioni.
E' l'editoriale di Pierluigi Battista, apparso sulla prima pagina di ieri del Corriere della sera ed intitolato "Il trattamento speciale". Secondo l'autore, Israele riceverebbe un trattamento speciale incomprensibilmente negativo da parte di un certo mondo intellettuale, incapace di ammettere che "Israele è una società pluralista, dove si scontrano idee, giornali, partiti". Non è qui mia intenzione contestare quanto scrive Battista sul fatto che purtroppo, ancora oggi, Israele è un bersaglio privilegiato (certamente non l'unico) dell'odio collettivo. Né men che meno si vuole contestare la constatazione che Israele è una società pluralista, democratica e certamente non meno libera della società italiana.
Battista parte da considerazioni di fatto come queste, condivisibili, per arrivare pero', attraverso argomentazioni invero piuttosto deboli, a conclusioni ideologiche. Mette assieme, in un unico scatolone, la follia di Ahmedinejad, il boicottaggio della Fiera del libro, il revisionismo storico e la definizione del dramma palestinese come "pulizia etnica", e bolla tutto come espressione di antisemitismo.
Il cuore delle argomentazioni di Battista è che sarebbe già profondamente sbagliato "criticare Israele". Sostiene Battista che occorre distinguere sempre tra Stato e governi, lasciando intendere che la mancanza di tale distinzione in coloro che criticano le politiche israeliane verso i palestinesi è già un indizio che in essi si annida il virus dell'antisemitismo.
Battista argomenta la sua tesi chiedendosi, ironicamente, cosa risponderemmo ad un commentatore straniero che criticasse l'Italia o lo Stato italiano, senza operare alcuna distinzione tra i governi che si succedono e la realtà storica di un'intera nazione.
Credo si possa partire proprio da quest'ultimo punto, per argomentare che invece, al contrario di quanto afferma Battista, Israele oggi beneficia di un trattamento speciale di favore da parte di gran parte del mondo politico ed intellettuale, in Europa ed in Italia.
Mi pare che non siano necessarie particolari citazioni per ricordare che, quotidianamente, lo Stato italiano, cosi' come praticamente ogni altro Stato tendenzialmente libero, è oggetto di critiche, spesso feroci, da parte di commentatori, giornalisti, politici, cittadini, italiani e stranieri.
L'Italia è sempre oggetto di critica, come Paese, come Stato, come società, anche indipendentemente da chi la governa. E si tratta di critiche legittime, utili, sane. Del resto, se i grandi problemi dell'Italia continuano a non essere risolti, talora neppure affrontati, e questo da decenni, la responsabilità non solo non è di un singolo governo, ma non è neppure del complesso dei governi che si sono alternati. La responsabilità è di un intero Paese, della sua stessa organizzazione istituzionale, in fin dei conti la responsabilità è proprio dello Stato e della sua incapacità di offrire ai suoi cittadini gli strumenti per scegliere una classe dirigente finalmente capace di affrontarne i problemi in modo efficace. Ecco che allora le critiche non possono che prendere di mira proprio lo Stato, finendo, quando il loro autore è italiano, con l'evolvere in autocritica nella misura in cui ciascuno di noi cittadini si dimostra non in grado di offrire il suo contributo ad una migliore organizzazione del Paese.
Se è legittimo, utile e sano criticare lo Stato italiano, altrettanto dovrebbe potersi fare con lo Stato di Israele e con la sua ormai cronica incapacità di risolvere la questione palestinese e porre fine ad un conflitto che ormai dura davvero da troppo tempo. Il fatto che Israele è una società democratica, libera e pluralista, non esclude che, pur essendola, possa commettere errori, anche colossali, nell'affrontare questa o quella crisi. Sulla questione palestinese, Israele ha sbagliato in passato e continua a sbagliare anche oggi. La responsabilità non è di un solo governo e non è neppure dell'insieme dei governi che si sono alternati al potere, la responsabilità è dello Stato israeliano, vittima delle sue paure che, per quanto comprensibili, hanno portato a provvedimenti che non fanno che allontanare qualsiasi possibile soluzione della crisi palestinese. Basti pensare a questa assurda decisione del governo Olmert, appoggiata da quasi tutte le forze politiche israeliane, e tanto folle da attirare addirittura anche le critiche della Casa Bianca, mentre i governi europei, ancora una volta, inspiegabilmente tacevano.
Il fatto che Israele è una società democratica, pluralista e libera, semmai è un aggravante per certe sue politiche in palese contrasto con il diritto internazionale ed il diritto umanitario. Perché da un Paese democratico, pluralista, libero, relativamente ricco, e con una storia di tormentata sofferenza come quella del popolo ebraico, sarebbe lecito attendersi una ben maggiore attenzione verso i principi fondanti del diritto internazionale, rispetto a quanto invece si possa esigere da Paesi non democratici, non liberi e non pluralisti come la gran parte dei Paesi arabi della regione, dove buona parte dela popolazione vive tra gli stenti, puo' vantare solo un bassissimo livello di scolarizzazione, non ha accesso ad un'informazione libera e pluralista, e praticamente è priva di qualsisi diritto politico.