Lo sviluppo sostenibile nella politica italiana
Si sussurra nei bar di Palermo, ci si scherza nelle pizzerie di Catania, quando in dialetto qualcuno fa la piu' ovvia e scontata delle battute: la mafia è lo Stato, o lo Stato è mafia. C'è forse anche un po' di quel cuore anarchico che anima tanti siciliani che maltollerano le imposizioni del potere, poco importa se quel potere ha le vesti formalmente linde dello Stato, o l'etichetta impresentabile dell'organizzazione mafiosa.
Il fidanzamento Stato-mafia è un mito vecchio i decenni, che ora forse si appresta a trasformarsi in memoria storica.
L'emersione delle prove di un negoziato Stato-mafia per porre fine all'era delle stragi ed assicurare una vita tranquilla a Ministri e politicanti, è di quelle che dovrebbero portare milioni di persone in piazza, provocare rivoluzioni, far disciogliere partiti ed imprese. Un terremoto, un terremoto che non c'è. Perché il fatto che negli anni '90, mentre pubblicamente si piangevano le morti di Falcone e Borsellino, lo Stato contrattava con la mafia una nuova indecente pace non sembra scatenare grandi reazioni. Quasi che la maggioranza degli italiani, in cuor suo, abbia accettato che la mafia e lo Stato possano essere alleati e non geneticamente nemici, e che quindi al di là dello sterile simbolismo di certi ipocriti cerimoniali, siamo in fin dei conti un po' tutti complici della mafia, un po' tutti mafiosi.