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Afghanistan: uccisi due soldati italiani

Lunedì 17 Maggio 2010, 13:36 in Crisi e conflitti di

Si chiamavano Massimiliano Ramadù e Luigi Pascazio. Avevano 33 e 25 anni, e sono rimasti uccisi nella zona di Herat mentre viaggiavano verso Bala Murghab.

Con loro c'erano anche altri due giovani soldati, Gianfranco Scirè e Cristina Buonacucina: feriti ma non in pericolo di vita.

E cosi', dal 2004, sono 24 i militari italiani che hanno lasciato la vita in Afghanistan, tra attentati ed incidenti.

Il Presidente del Consiglio Berlusconi ha ribadito che il ruolo italiano sarebbe "fondamentale per la pace in Afghanistan". Per il Ministro della Difesa La Russa, "oggi abbiamo ritenuto e continuiamo a ritenere che il rischio sia connesso all'importanza della missione". Il Ministro Bossi ha dichiarato che "bisogna ricordare che si muore per una causa giusta e importante".
Nella maggioranza, solo il Ministro Calderoli si pone, timidamente, la questione dell'utilità e dell'efficacia della nostra attuale presenza militare in Afghanistan: "abbiamo spesso espresso perplessità sulla possibilità di esportare la democrazia, ma ogni decisione deve essere presa insieme agli altri a livello internazionale e poi bisogna verificare se questi sacrifici servano o meno a qualcosa".

Nel 1980, quando l'allora Unione Sovietica entro' in Afghanistan per sostenere il governo rivoluzionario contro i conservatori religiosi appoggiati da USA e Pakistan, l'intento dell'Armata Rossa era chiaro: aiutare la fazione ad essa piu' favorevole dei movimenti rivoluzionari e fare dell'Afghanistan un Paese dell'area di influenza sovietica. L'Unione Sovietica poteva contare sull'appoggio di molti capi rivoluzionari, su un'apparenza di legalità formale (il Trattato di amicizia URSS-Afghanistan), e su una straordinaria mobilitazione di forze.
Dall'altra parte, si battevano quei mujaheddini che Ronald Reagan ebbe a definire "i combattenti per la libertà", addestrati ed armati dagli Stati Uniti attraverso il Pakistan. Tra loro si sussurra che vi fosse anche Osama Bin Laden, come sostiene peraltro Robert Cook, ex Ministro degli Esteri britannico.

Nove anni, dopo, l'URSS fini' col ritirarsi, un po' per l'avvento di Gorbaciov un po' per l'impasse militare sul terreno: 13.833 morti e 53.754 feriti tra i sovietici (dati ufficiali), un milione e mezzo di morti, 3 milioni di feriti, 5 milioni di profughi tra gli afghani (dati ufficiosi).

Sono ormai passati nove anni dall'inizio della guerra d'Afghanistan, iniziata sull'onda emotiva dell'attentato alle Torri Gemelle, per smantellare la rete di Al Quaeda in Afghanistan e rimuovere il regime talebano accusato di darle ospitalità. Insomma, per sconfiggere quella stessa rete di fondamentalisti religiosi che proprio l'occidente aveva armato e addestrato durante la guerra sovietica in chiave anticomunista.

In nove anni la coalizione occidentale ancora non è riuscita a strappare una vittoria degna di questo nome. Ancora si combatte, ed i talebani occasionalmente si permettono il lusso di avanzare e vincere qualche battaglia.

E allora sarebbe il caso di riaprire un dibattito troppo a lungo silenziato. Quanto a lungo dovremo stare in Afghanistan? Quali sono i parametri per misurare il successo della missione? Come mai negli ultimi sette anni non si è registrato praticamente nessun effettivo progresso nella pacificazione del Paese?

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