Lo sviluppo sostenibile nella politica italiana
Il governo vara un nuovo aumento delle accise sulla benzina. Paradossalmente, le attuali caratteristiche delle accise sulla benzina costituiscono un ostacolo all'innovazione tecnologica ed alla diffusione dei veicoli ecologici.
Il Consiglio dei Ministri oggi ha deciso un aumento da 1 a 2 centesimi delle accise sulla benzina per compensare la cancellazione della tassa di un euro sui biglietti del cinema, garantendo comunque il rifinanziamento del Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS) e la copertura del tax credit.
Immaginando un consumo medio per veicolo di circa 1'000 litri di benzina l'anno, l'aumento deciso dal governo si traduce in maggiori costi per i possessori di auto a benzina nell'ordine di 10-20 euro all'anno, decisamente non una catastrofe per le famiglie italiane.
Nondimeno, occorre interrogarsi sulla razionalità della scelta di finanziare l'industria dello spettacolo con i denari delle accise sulla benzina.
E' una scelta che si integra perfettamente nel sistema finanziario pubblico, un sistema indifferente ai principi di efficienza ed economicità, dove gli introiti dello Stato sono poi distribuiti tra i diversi settori della spesa pubblica senza nessun vincolo funzionale. Questa caratteristica del sistema finanziario statale, è una delle principali ragioni per le quali la spesa pubblica italiana non solo è fuori controllo, ma risulta per lo piu' incontrollabile.
In molti altri Paesi, gli introiti delle accise sulla benzina sono destinati esclusivamente al settore della mobilità, andando a finanziare la manutenzione delle strade, i mezzi pubblici, lo sviluppo di carburanti eco-sostenibili e la ricerca scientifica nel settore.
In Italia, dove finiscono gli introiti delle tasse sull'auto o sul carburante?
Il viaggio nei complicatissimi meandri delle accise sulla benzina parte dalle ragioni per le quali, lo Stato le ha progressivamente introdotte: la guerra d'Etiopia, la crisi di Suez, il disastro del Vajont, l'alluvione di Firenze, i terremoti in Belice, Friuli e Irpinia, le missioni in Libia e Bosnia, un rinnovo dei contratti degli autoferrotramvieri, ed ora il tax credit per l'industria del cinema. Tutte queste accise si sono trasformate in prelievi permanenti anche dopo la fine dell'emergenza per la quale erano state introdotte e i relativi proventi sono ora destinati a finanziare le voci di spesa piu' diverse.
Nel mese di febbraio, il prezzo medio della benzina in Italia è stato di 1,47 euro al litro: di questi, 56,4 centesimi derivano da accise e 24,4 centesimi dall'IVA, con la componente fiscale che si attestava a 80,80 centesimi.
Le accise sulla benzina saliranno quindi a 57,4 o 58,4 centesimi al litro. Come detto, di per sé è un piccolo aumento, ma è la somma di tanti piccoli aumenti che ha portato le accise e l'IVA a costituire ben piu' del 50% del prezzo attuale della benzina.
Emblematica dell'atteggiamento del governo è la circostanza che il Consiglio dei Ministri, con questo provvedimento, si è vantato di aver trovato il modo per finanziare stabilmente il tax credit per l'industria dello spettacolo.
Quanto questo modo di governare e gestire le finanze pubbliche sia deleterio e pericoloso, lo si puo' capire con un semplice ragionamento.
In questi anni, abbiamo assistito ad una serie di dibattiti legati alla società del petrolio: dalla necessità di promuovere forme di energia pulite per fronteggiare l'inquinamento e la crisi climatica alla questione del futuro della mobilità dopo la fine dell'era del petrolio, una fine che magari non saremo in grado di prevedere con certezza ma che nessuno puo' negare arriverà.
Uno Stato che assegna alle accise sulla benzina un ruolo cosi' importante nel finanziare un'eterogeneità di settori della spesa pubblica, è uno Stato che finisce col dipendere finanziariamente dal petrolio. Ogni automobile "ecologica" che sostituisce un'automobile ad alto consumo di benzina, è una piccola buona notizia per l'ambiente ma anche un piccolo colpo alle casse pubbliche. Come puo' allora un simile Stato riuscire ad avviare politiche serie e credibili nel sostegno di nuove forme di mobilità maggiormente ecosostenibili o di nuovi carburanti meno impattanti sull'ambiente? Come puo' questo Stato anche solo immaginare di perseguire l'obiettivo di un'indipendenza dal petrolio raggiunta per scelta e non per forza maggiore?
Nel 2010, il gettito delle accise è stato pari a circa 13,2 miliardi di euro, ovvero 220 euro per ognuno dei 60 milioni di abitanti dell'Italia.
Come per le accise sui carburanti, anche in molti altri settori gli introiti delle diverse forme d'imposizione fiscale non sono poi indirizzati a settori omogenei alla fonte del prelievo.
Questa mancanza di correlazione tra fonte/ragione dell'imposta ed utilizzo del suo gettito è una colossale palla al piede per ogni eventuale serio tentativo di riformare questo o quel settore dell'economia italiana, un terribile freno all'innovazione su cui nessun governo italiano ha mai tentato di intervenire.
Una questione di efficienza della finanza pubblica, ma anche di trasparenza nella contabilità dello Stato che dovrebbe essere al primo posto del programma di governo di qualunque forza che si candidi a guidare l'Italia, ma che sembra essere del tutto ignorata dalla politica.