Lo sviluppo sostenibile nella politica italiana
Ieri, in serata, Barack Obama, Nicolas Sarkozy, David Cameron ed Angela Merkel si sono riuniti in videoconferenza per discutere la situazione in Libia ed il dopo-Gheddafi. Escluso il Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, ennesima riprova della crescente irrilevanza internazionale dell'Italia.
Ieri, in serata, Barack Obama, Nicolas Sarkozy, David Cameron ed Angela Merkel si sono riuniti in videoconferenza per discutere la situazione in Libia ed il dopo-Gheddafi.
Escluso il Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, ennesima riprova della crescente irrilevanza internazionale dell'Italia.
Diciamocelo, l'Italia non è considerata una "grande" della politica internazionale ormai dal dopo-guerra. Non abbiamo un'economia tra le primissime del mondo, il nostro apparato militare non è, fortunatamente, particolarmente imponente, non siamo, fortunatamente, una potenza nucleare, non facciamo parte del Consiglio di Sicurezza dell'ONU.
Tuttavia, la Libia è una nostra ex colonia, un certo numero di libici se la cavano con l'italiano, si suppone che abbiamo ancora della Libia una conoscenza superiore a quella degli alleati, le nostre basi aeree sono fondamentali per qualsiasi missione nel Mediterraneo, siamo il Paese europeo piu' vicino geograficamente alla Libia e siamo il Paese che li' ha i maggiori interessi economici. Tutte ragioni che in condizioni di normalità ci riserverebbero un posto di rilievo in vertici come quello di ieri sera.
Ma non siamo in condizioni di normalità. Muammar Gheddafi, dopo anni e anni di presenza nelle liste nere europee e statunitensi, era tornato ad essere considerato dalla comunità internazionale come un interlocutore politico credibile ed un partner affidabile. E questo era accaduto grazie ad un lungo lavoro diplomatico di diversi governi italiani, avviato personalmente da Silvio Berlusconi e dettato dalla volontà di contrastare all'origine l'immigrazione irregolare via-mare e mettere al contempo le mani sulla maggior quantità possibile di petrolio libico. La nostra mediazione, appoggiata seppur con qualche distinguo anche dal centro e centro-sinistra, aveva favorito l'instaurazione di rapporti di normalità, e talora di forte collaborazione, tra il regime libico e praticamente tutti i Paesi che ora compongono la coalizione internazionale.
Quando era scoppiata la crisi diplomatica tra la Libia e la Svizzera, il governo Berlusconi aveva sostanzialmente preso le parti di Gheddafi. E mentre il rais chiedeva all'ONU lo smembramento della Svizzera, alla fine l'Unione Europea aveva sposato le tesi italiane non lasciando alla Confederazione altra scelta che scusarsi col dittatore.
Avevamo scommesso sulla durata di una dittatura che ci sembrava piuttosto solida, ed il resto del mondo aveva deciso di seguirci per poter avere la propria fetta del petrolio libico: Gheddafi era diventato un dittatore buono. Quella scommessa era sbagliata, perché fondata sulla sensazione che il regime libico fosse a prova di rivoluzioni: non arrivavano notizie di manifestazioni di proteste, gli esuli libici che approdavano in Europa erano pochi, la ricchezza libica lasciava pensare che la popolazione non se la passasse troppo male e che in fin dei conti la dittatura di Gheddafi non fosse particolarmente indigesta ai suoi sudditi. Avevamo scritto che era un calcolo sbagliato che non teneva conto della circostanza, decisiva, dell'età non proprio giovanissima del dittatore, e della concreta probabilità che un regime fondato sul culto della sua personalità potesse collassare non appena egli avesse lasciato in eredità il Paese ad uno dei suoi figli. Avevamo annotato che l'apparente solidità del regime poteva essere solo un'illusione derivante dal serrato controllo sull'informazione e dal pugno di ferro con cui ogni forma di espressa opposizione veniva sistematicamente anticipata e repressa. Un po' come ci pare di poter dire accada in Iran ed Arabia Saudita.
Cosi', impunemente, Gheddafi aveva potuto sfogare pubblicamente ogni malsano impulso, aizzando tutta l'Africa contro Israele ed arrivando addirittura a prendere le parti dei massacratori del Darfur.
Poi, quasi improvvisamente, il vento rivoluzionario che soffiava su Tunisia ed Egitto si è esteso anche alla Libia, ed il regime ha reagito con una straordinaria brutalità fino a spingere l'ONU, pur con uno spaventoso ritardo, ad approvare l'intervento militare internazionale con la risoluzione 1973.
Il governo non ci ha capito piu' nulla e non sapeva cosa fare, prigioniero di una scommessa ormai rivelatasi sbagliata, le opposizioni per contro erano in una posizione di grande comodità e si sono quasi naturalmente lanciate in quotidiane critiche verso ogni presa di posizione della maggioranza.
Le immagini del baciamano di Berlusconi a Gheddafi e delle teatrali cerimonie delle sue visite in Italia, le ironie sul Trattato di Amicizia italo-libico e sulle sue imbarazzanti implicazioni, il ricordo delle lezioni di Corano del rais ad eserciti di giovani ragazze reclutate e pagate per soddisfarne le manie di protagonismo, la macchia dell'invito al Senato, sono divenute altrettante ragioni di "sputtanamento" dell'immagine internazionale dell'Italia. Passi per gli accordi siglati con la Libia giustificati in nome di quella realpolitik che non è certamente solo una nostra prerogativa, ma quelle dimostrazioni di esibita fratellanza tra una dittatura ed un governo europeo democratico, presuntivamente liberale, non facevano che evidenziare l'"oscenità" di quella scelta di politica estera. Il controverso politologo Edward Luttwak, in occasione di una puntata di Ballaro' di qualche settimana fa, ebbe a dire, peraltro non in riferimento alla crisi libica, che "la mancanza di ipocrisia è anomala nella politica dei sistemi democratici", perché "il capo di governo deve agire come un buon zio, se non lo fa deve perlomeno far finta di esserlo".
La prima colpa di Berlusconi e del governo italiano è quella di non aver agito come un bravo zio, ma questa è una colpa condivisa anche con gli alleati che hanno fatto a Gheddafi un gran numero di imbarazzanti concessioni e continuano ad avere rapporti eccellenti con le dittature di mezzo mondo.
La seconda colpa del governo italiano dinanzi ai leader dei Paesi della coalizione è proprio quella di non aver neppure finto di agire come un bravo zio. Arte in cui sono maestri i cugini francesi, grandi amici di quasi tutte le dittature africane.
La terza colpa, quella piu' grave, è l'ambiguità con cui il governo si è mosso in relazione all'evoluzione della crisi libica, continuando a sbagliare le proprie previsioni e, quel che è peggio, continuando a rilasciare dichiarazioni coerenti con una prognosi sbagliata e contraddittorie rispetto alla realtà libica ed alle posizioni espresse dagli altri leader dei Paesi della coalizione. Per parecchi giorni voci importanti della maggioranza hanno sostanzialmente scelto di stare dalla parte del regime, ponendo l'accento sulla convenienza della sua sopravvivenza. Per cambiare poi posizione quasi ogni giorno, ed infine cercare di rincorrere Francia e Gran Bretagna per ritagliarsi ancora un ruolo importante nella gestione della crisi. Abbiamo avuto cosi' Ministri che correvano da un'intervista all'altra talora annunciando con solennità quello che già i giornali del giorno prima avevano pubblicato, tal'altra proponendo iniziative o strategie che sistematicamente venivano smentite dagli "alleati". L'unica volta che il governo è riuscito a schierarsi per una posizione poi risultata vincente, è stata in relazione al passaggio delle operazioni sotto il Comando NATO con la conferma del comando navale tecnico della missione per la garanzia dell'embargo sulle armi, ma poi con nuove improvvide prese di posizione ha ripreso a commettere un errore dopo l'altro, fino all'annuncio di un piano italo-tedesco per la Libia subito smentito da Berlino.
Stiamo cosi' riuscendo a rimanere incredibilmente fuori dai giochi diplomatici che contano anche su un Paese come la Libia che per molte ragioni dovrebbe comunque vedere il nostro governo in prima linea nella diplomazia internazionale, e non solo nei salotti dei dibattiti politici televisivi.
alle 15:59
treb
Proclama alla Nazione: Ora o mai più!
http://coriintempesta.altervista.org/blog/proclama-alla-nazione-ora-o-mai-piu/