Lo sviluppo sostenibile nella politica italiana
Anche dopo la fine della dittatura di Ben Ali, la Tunisia continua ad essere gestita da caste familiari, a non dare prospettive di futuro a quei milioni di giovani che non ne fanno parte.
Il 14 gennaio, il dittatore Ben Ali era fuggito dal Paese in seguito alle inarrestabili manifestazioni di proteste che avevano paralizzato il Paese. Era l'ufficializzazione della fine di un'epoca, quella dominata da Ben Ali e dalla famiglia Trabelsi.
Ma anche dopo la fuga del dittatore, molti uomini del regime sono rimasti al loro posto e, quel che piu' conta, permane in tutto il Paese un sistema familiare che potrebbe ricordare le aristocrazie europee di qualche secolo fa: poche famiglie e le loro cerchie di collaboratori si spartiscono il potere economico e politico nelle aree territoriali di tradizionale loro influenza.
Anche dopo la fine della dittatura di Ben Ali, la Tunisia continua ad essere gestita da caste familiari, a non dare prospettive di futuro a quei milioni di giovani che non ne fanno parte.
Per questo, la rivoluzione tunisina è stata, per il momento, una mezza rivoluzione, e per questo le manifestazioni di piazza sono proseguite anche dopo il 14 gennaio, seppur con minore intensità e soprattutto con una ancor minore visibilità mediatica.
A guidare la transizione avrebbe dovuto essere Mohamed Ghannouchi, Primo ministro di Ben Ali per qualcosa come 12 anni.
Una scelta inaccettabile per molti tunisini. Cosi', dal 21 al 23 gennaio, i giovani sono scesi in piazza con una tre giorni di continue manifestazioni che sono poi proseguite a giorni alterni fino a quando, il 27 febbraio, Mohamed Ghannouchi si è dimesso, lasciando il timone a Caid Essebsi, un avvocato di 84 anni con un lungo passato come Ministro dell'era di Bourguiba, protagonista-chiave dell'indipendenza tunisina, ma anche padre-padrone del Paese per qualcosa come 30 anni.
La Tunisia sta uscendo dalla dittatura senza una nuova classe dirigente capace di ispirare la fiducia del suo popolo. C'è un enorme divario tra la sensibilità dei giovani che hanno avuto la forza di cacciare Ben Ali, e quella di coloro che stanno guidando la transizione verso le prime elezioni democratiche.
I problemi economici e l'enorme tasso di disoccupazione, ragioni primarie della rivoluzione, potranno essere affrontati con efficacia solo dopo anni di riforme e sacrifici.
Per molti giovani tunisini la pazienza è finita, rivendicano il diritto di avere le libertà ed il benessere materiale che i "media" associano sistematicamente all'immagine dei coetanei europei. Insoddisfazione, rabbia, speranza si mescolano in un cocktail esplosivo che produce all'interno della Tunisia, complice lo sgretolamento del rigido controllo poliziesco di una società lungamente militarizzata, un'impennata della violenza domestica ed un'esplosione del numero di coloro che partono per conquistarsi una fetta di felicità, per sé e per le proprie famiglie.
In Europa li aspettano diffidenza e porte sbarrate. Quelle dita a "v" in segno di vittoria che si scorgono sulle imbarcazioni in arrivo, si trasformeranno presto in catene d'illegalità e di paura.