Lo sviluppo sostenibile nella politica italiana
La situazione finanziaria della Grecia è notoriamente disastrosa. Sull'orlo del fallimento, la Grecia sembra incapace di reagire, paralizzata dalle lotte politiche interne, stretta tra le pretese di Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale da un lato, e le grida di dolore di una popolazione sempre piu' in difficoltà nel soddisfare le piu' basilari esigenze materiali della quotidianità.
La situazione finanziaria della Grecia è notoriamente disastrosa. Sull'orlo del fallimento, la Grecia sembra incapace di reagire, paralizzata dalle lotte politiche interne, stretta tra le pretese di Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale da un lato, e le grida di dolore di una popolazione sempre piu' in difficoltà nel soddisfare le piu' basilari esigenze materiali della quotidianità.
Quotidiani e siti internet sono ricchi di analisi sulla crisi. Pur numerosissime, rientrano essenzialmente in due grandi tipologie: quelle nelle quali le responsabilità della crisi sono da ripartirsi tra una classe dirigente corrotta ed una popolazione che ne è stata complice; quelle nelle quali si punta il dito contro le grandi banche, l'Euro, l'Unione Europea, rei di aver prima trascinato l'economia greca in un sistema europeo integrato nel quale era inevitabilmente destinata a perdere la battaglia della competitività, ed ora di imporle politiche di austerità e tassi d'interesse miranti a salvare i suoi creditori e magari a garantire loro ulteriori profitti speculativi, senza in alcun modo contribuire al risanamento dei conti pubblici dello Stato.
Oggi la Grecia deve fare i conti con un debito pubblico enorme ed un rapporto disastroso tra indebitamento e PIL, alti livelli di disoccupazione e vertiginosi livelli di corruzione, pubblica e privata, Bassissima competitività di mercato, pochissima innovazione tecnologica e scarsissima propensione a produrre valore aggiunto.
L'origine della crisi greca risale probabilmente agli anni '80, un'epoca di apparente boom economico e di benessere. Sono gli anni che hanno segnato l'inizio di politiche di stimolazione della crescita economica fondate sul debito.
Questo tipo di politiche non sono un'eccezione, o una peculiarità solo greca, ma sono la regola per tutti i Paesi del mondo. La peculiarità greca è che il suo indebitamento non è avvenuto nei confronti dei propri cittadini e delle proprie banche, ma verso l'estero, in misura quasi paragonabile a certi Paesi del cosiddetto Terzo Mondo, in una logica nella quale il prestito è molto piu' utile e vantaggioso per chi lo fa, piuttosto che per chi lo riceve.
La classe dirigente greca ha la gravissima responsabilità di aver cercato di giocare una partita che non poteva non perdere e di neppure aver utilizzato i prestiti e i finanziamenti ricevuti per dare vita ad un'economia moderna e concorrenziale, distribuendoli invece secondo una logica lato sensu clientelare.
Se un'azienda privata andava in crisi, lo Stato greco era pronto a nazionalizzarla per salvare i posti di lavoro, ricorrendo a risorse altrui. Se nel resto d'Europa si incrementavano i consumi, la Grecia non doveva essere da meno ed ecco allora una pioggia di crediti e incentivi. Su tutto, sanità, scuola, servizi pubblici di ogni tipo, lo Stato apriva sistematicamente il rubinetto, anche se i soldi non li aveva. Non solo senza alzare le tasse, ma addirittura arrivando a tagliare quelle sui redditi da capitale.
Mentre le aziende pubbliche migliori venivano svendute in nome di un liberismo reinterpretato ad uso e consumo di pochi, le aziende in crisi erano nazionalizzate in nome della tutela dei posti di lavoro.
La crisi finanziaria globale del 2008 ha fatto emergere tutti i vizi del sistema greco.
E' passato piu' di un anno da quando il governo greco firmo' con l'Unione Europea ed il Fondo Monetario Internazionale l'accordo che imponeva alla Grecia rigorose riforme e risparmi, con una riduzione della spesa pubblica annua di qualcosa come 30 miliardi ed una diminuzione del deficit nell'ordine di tre punti percentuali, in cambio di prestiti per 110 miliardi di euro.
Il Premier socialista Papandreou ha provato a varare qualche riforma per arginare il continuo peggioramento del debito pubblico, ma un po' per i dissidi interni alla sua coalizione e l'atteggiamento ben poco collaborativo dell'opposizione, un po' per le comprensibili proteste popolari, un po' per l'inadeguatezza dei piani di salvataggio internazionale, non è riuscito neppure ad avvicinarsi all'ombra di una soluzione.
Con le sue dimissioni, Papandreou consentirà la nascita di un governo di unità nazionale - diremmo di salvezza nazionale - coinvolgendo le opposizioni e mettendo in un angolo quelle parti della sua maggioranza contrarie ai piani di austerità indispensabili al salvataggio.
Ora l'Unione Europea discute di nuovi prestiti, a condizioni che sembrano pero' inidonee a salvare lo Stato greco, quanto piuttosto orientate a garantire che lo Stato greco, intrappolato nel limbo dei moribondi, continui almeno a pagare debiti e interessi verso i suoi maggiori creditori, in particolare le banche tedesche e francesi.
La Grecia è in una sorta di prigione virtuale. I titoli di Stato, con rendimenti altissimi e ad altissimo rischio, sono una manna per gli speculatori, ed il nuovo governo, se vorrà correggere gli errori del passato, non dovrà solo varare le necessarie riforme ma anche far capire ad UE e FMI che la Grecia non è disposta a farsi spremere oltre il necessario solo per soddisfare la sete di guadagni facili dei grandi speculatori della finanza mondiale. Il nuovo governo greco dovrà avere la forza di pretendere che i sacrifici richiesti dovranno servire anzitutto al risanamento dei propri conti pubblici, e non solo a rassicurare i grandi creditori.