Lo sviluppo sostenibile nella politica italiana
Con una larghissima maggioranza, il Parlamento tedesco ha approvato un importante incremento del contributo del Paese al Fondo Salva-Stati (Efsf): da 123 a 211 miliardi. Hanno votato a favore anche i deputati d'opposizione dei partiti socialdemocratico ed ecologista.
Con una larghissima maggioranza, il Parlamento tedesco ha approvato un importante incremento del contributo del Paese al Fondo Salva-Stati (Efsf): da 123 a 211 miliardi. Hanno votato a favore anche i deputati d'opposizione dei partiti socialdemocratico ed ecologista.
Il nuovo e rafforzato Fondo Salva-Stati sarà quindi per quasi la metà dei suoi 440 miliardi finanziato dallo Stato tedesco. Mancano ora i SI di soli altri sei Paesi (tutti scontati, con qualche dubbio sulla Slovacchia) perché il nuovo Fondo Salva-Stati europeo possa iniziare ad operare.
Nonostante le ampie dimensioni del voto favorevole espresso dal Parlamento tedesco, non sono mancate e non mancheranno le polemiche.
Da un lato, senza i voti delle opposizioni il provvedimento sarebbe passato solo di strettissima misura a causa di alcune divisioni nella maggioranza di Angela Merkel. Dall'altro, la piccola e media industria tedesca è contraria ad un rafforzamento del contributo tedesco in favore di quegli Stati europei che non hanno saputo gestire i propri conti. Ed un crescente malcontento si registra anche tra la popolazione tedesca che vorrebbe che quei soldi fossero utilizzati per affrontare i problemi che la stessa Germania sta vivendo: la Germania da qualche anno è un Paese non solo di immigrazione ma anche di emigrazione, con un numero crescente di giovani che vanno a cercare lavoro in Austria e Svizzera.
Piuttosto estraneo al dibattito è rimasto il nodo dell'effettivo utilizzo che sarà fatto delle risorse del Fondo Salva-Stati, che piu' che per sostenere le economie pubbliche europee in difficoltà potrebbe profilarsi come l'ancora di salvezza per gli istituti bancari (in primis francesi e tedeschi) che hanno la maggiore esposizione verso i titoli di Stato greci.
Ogni volta che si parla di aiuti, sotto forma di prestiti, il maggior ostacolo alla comprensione della realtà è costituito dalla questione se tali aiuti siano veramente tali, o non tendano ad evolvere in forme istituzionalizzate, ma mascherate, di usura tra Stati. Un po' come accaduto per i debiti esteri dei Paesi in via di sviluppo.
Un istituto bancario che acquista titoli di Stato che prevedono interessi da capogiro a fronte di alti rischi di insolvibilità dovrebbe, di regola, subire le conseguenze delle proprie scelte ed accettare il rischio di farsi trascinare nel baratro. Ma le cose cambiano quando alle spalle c'è l'Unione Europea a suggerire e promuovere l'acquisto di quegli stessi titoli, facendosi di fatto ufficiosamente garante dello Stato debitore.
A maggior ragione se quelle banche sono tra quelle che, con efficace formula, gli americani definiscono "too big to fall" (troppo grandi per poter essere lasciate fallire).
Si arriva allora ad una situazione come quella attuale, dove solidarietà europea e avidità degli speculatori si mescolano in un groviglio inestricabile, e dove ogni aiuto rischia di favorire interessi che nulla hanno a che vedere con quelli proclamati con solennità in occasione di vertici internazionali.