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Corruzione Italia: 60 miliardi all'anno, la sfida del Ministro Severino

Mercoledì 21 Dicembre 2011, 11:43 in Legislazione, Politica italiana di

L'Italia affoga nella corruzione: governo e parlamento sono chiamati a discutere e modificare il piano anticorruzione approvato dal Senato sotto il governo Berlusconi e che già appare del tutto inadeguato a fronteggiare un fenomeno in continua ascesa

Immagine di anteprima per senato-home-big.jpgLa corruzione nella politica e della Pubblica Amministrazione costa agli italiani, annualmente, qualcosa come 60 miliardi di euro, cioè mille euro a persona, neonati inclusi, molto più dei sacrifici imposti dal governo Monti con la recente manovra finanziaria.

Ogni settimana, la cronaca si arricchisce di qualche nuovo scandalo di corruzione che spesso vede protagonisti personaggi di primo piano della vita politica nazionale.

In questi giorni, la Camera avrebbe dovuto chinarsi su un debole piano anticorruzione già approvato dal Senato e che il governo Berlusconi era stato costretto a portare avanti su pressione di ONU e Unione Europea.

Quel piano, per il Ministro Paola Severino, non è sufficiente a recuperare quei 60 miliardi di euro che ogni anno finiscono nelle tasche di funzionari corrotti.

Occorrerebbe, sostiene il Ministro Severino, avviare una strategia che includa anche la battaglia contro le forme di corruzione esclusivamente private, da azienda ad azienda, un fenomeno anch'esso in inarrestabile crescita che danneggia una parte delle aziende e tutta la vita economica del Paese.

Ma che cos'è la corruzione in Italia? Chi ne beneficia e chi ne è danneggiato?

La tangente è il mezzo preferito dagli italiani per ottenere quello a cui non hanno diritto o velocizzare pratiche altrimenti lunghissime.

Chi può permettersi di pagare la classica mazzetta, in genere lo fa senza farsi troppi problemi.

In questo Paese si fa poco per combattere la corruzione. Le norme penali esistenti sono poco capillari, mentre le continue agevolazioni della prescrizione, sommate alla notoria lunghezza dei processi, garantiscono una quasi impunità a chi si accinge a corrompere o a farsi corrompere.

La Corte dei Conti stima che dei 60 miliardi persi a causa della corruzione della sola Pubblica Amministrazione, se ne recuperino annualmente meno di 300 milioni, cioè appena il 2%.

La voce più consistente della clamorosa industria della corruzione è quella degli appalti pubblici, dove gli enti italiani spendono cifre insensate per l'acquisto di beni e servizi dalle imprese private. A seconda dei settori e delle singole commesse, il prezzo d'acquisto subisce maggiorazioni che vanno dal 20% ad addirittura cinque volte il valore reale dei beni acquistati.

Esemplificando, se una confezioni di matite costa al normale cittadino un paio di euro, quella stessa confezione arriva a costare ad un ente pubblico dai due euro e 50 ai 10 euro.

Eppure dovrebbe essere il contrario, perché ovviamente nei grandi acquisti il prezzo per unità normalmente dovrebbe scendere, e certamente non impennarsi.

L'obbligatorietà degli appalti pubblici, imposta per le commesse più importanti dagli accordi ratificati in sede OMC dall'Italia, non è servita a ridurre il fenomeno della corruzione. Molti appalti, così come molte aste pubbliche, si chiudono con l'assegnazione all'unico offerente che ha formulato una proposta, quasi sempre estremamente svantaggiosa per lo Stato.

Senza una "certa garanzia" di spuntarla molte imprese neppure si avventurano nel coacervo burocratico di un appalto pubblico.

Oggi, nella logica di troppe aziende, la tangente è una voce invisibile di bilancio che si paga spesso volentieri ricorrendo ad appositi fondi neri. La tangente è di fatto un costo d'impresa non troppo dissimile dalle spese per il personale e dal costo delle materie prime. L'azienda calcola se corrompere conviene, in base ai ricavi prevedibili ed al rischio di sanzioni e risarcimenti, anch'essi contabilizzati nelle menti e nei taccuini segreti di una moltitudine di manager d'assalto.

Ed oggi, corrompere conviene, perché il rischio di essere scoperti resta basso e quello di essere perseguiti addirittura bassissimo.

L'orizzonte di chi ci guadagna dalla corruzione è estremamente esteso e variegato. Ci guadagna ovviamente il corrotto e ci guadagna l'imprenditore che ottiene una commessa che altrimenti avrebbero ottenuto altri, a cifre molto maggiori di quelle di mercato. Ma ci guadagna anche l'azienda, inclusi seppur in misura minore tutti i suoi dipendenti, che ha la possibilità di ampliare o comunque mantenere la sua produzione.

Quando l'appalto non è necessario, e l'ente può effettuare il suo acquisto scegliendo direttamente l'azienda cui rivolgersi, la corruzione opera ancor più facilmente e silenziosamente, senza neppure l'onere di dare un'apparenza di correttezza alla transazione.

In questo scenario, ci sono anche un certo numero di aziende che, senza le commesse pubbliche acciuffate a colpi di mazzette, si ritroverebbero a chiudere la loro attività ed a lasciare a casa i loro dipendenti, e ce ne sono molte altre che proprio per non aver voluto o potuto pagare una tangente hanno finito col fallire.

C'è poi il fenomeno, tutt'altro che marginale, della corruzione del funzionario da parte delle aziende o del singolo cittadino per l'agevolazione di una qualche pratica burocratica: autorizzazioni, nullaosta, certificazioni, licenze ed una incredibile varietà di altri atti, spesso dovuti, il cui rilascio ha la curiosa tendenza a incepparsi senza alcuna comprensibile ragione.

Servono nuovi strumenti di controllo ed un ben diverso sistema sanzionatorio.

Serve una vigilanza sistematica su tutti gli acquisti della pubblica amministrazione ed un sistema, paragonabile al redditometro, che individui il prezzo di mercato dei beni e servizi e lo paragoni automaticamente con quello effettivamente pagato.

Servono sanzioni economiche per corrotti e corruttori che scattino a prescindere dai procedimenti penali, secondo gli schemi oggi in vigore nel diritto amministrativo, ad esempio per le contravvenzioni al codice della strada e per il mancato pagamento dei debiti verso la Pubblica Amministrazione.

Serve quantificare l'ammontare delle sanzioni secondo una logica che spazzi via la convenienza economica del corruttore, magari recuperando certe tradizioni del diritto romano, laddove erano possibili condanne al pagamento del doppio, triplo o quadruplo della somma illecitamente percepita o trasferita.

Serve una guerra senza frontiere ai "patroni" ed alle loro clientele, allo scambio tra aiuti economici, posti di lavoro e pacchetti di voti.

Serve una ben diversa etica del lavoro e dei rapporti socio-economici, una lealtà nella competizione che oggi in Italia è per lo più assente anche in troppi comportamenti privati di tanti cittadini.

Serve anche una denuncia culturale del clientelismo che pur ancora oggi trova i suoi fieri difensori, eredi degli acclamati Tacito e Cicerone, già 2000 anni fa miliziani di penna delle grandi famiglie dell'aristocrazia nella corrottissima Roma, elogiatori delle clientele e ferrei nemici di una plebe, oggi come allora, sempre "gretta" e "spregevole".

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