Lo sviluppo sostenibile nella politica italiana
Le liberalizzazioni restano ai margini della manovra economica. Il governo Monti cede alle pressioni delle lobby di categoria e prevalgono gli interessi particolari.

Il governo Monti avrebbe dovuto portare un vento di liberalizzazioni in molti settori dell'economia italiana, ponendo fine ai privilegi di tante piccole caste e creando finalmente mercati liberi e concorrenziali aperti alla nascita di nuovi operatori e nuove aziende.
Alla fine, sono state cancellate anche le poche misure presenti nella manovra economica che andavano nella direzione delle liberalizzazioni.
Nessun altro Paese europeo ha cosi' ampi settori della propria economica paralizzati da regimi di concessioni, barriere d'accesso e vere e proprie corporazioni come l'Italia.
Frequenze radiotelevisive, ordini professionali, energia e gas, autostrade, farmacie, taxi: alla fine il governo non è riuscito a fare nulla, limitandosi alla liberalizzazione degli orari dei negozi ed al rafforzamento dei poteri dell'antitrust.
In particolare, giornalisti, avvocati, notai, tassisti e farmacisti sono riusciti a fermare ancora una volta ogni ipotesi di liberalizzazione, avvalendosi della tradizionale capacità di mobilitarsi, minacciando clamorose forme di protesta e condizionando molti parlamentari.
In settori come questi, poco o nulla contano il merito e la capacità. Si va avanti per via ereditaria, come per i privilegi della nobiltà nel medioevo.
Non solo, ma alcune di queste corporazioni beneficiano di tutta una serie di norme che ne rafforzano irragionevolmente il ruolo economico-sociale. Ad esempio, in nessun altro Paese, il ricorso ai servizi degli avvocati e dei notai è frequente come in Italia. E la ragione è molto semplice: nella maggioranza degli altri Paesi europei, una parte non trascurabile di atti, procedure, ricorsi possono essere compiuti direttamente dal cittadino o da un libero consulente di sua scelta, senza l'intervento obbligatorio del "professionista iscritto all'albo".
L'Italia è il Paese delle firme autenticate e degli atti notarili, ma è anche il Paese dove un cittadino, per stare in giudizio, salvo pochissime eccezioni, deve sempre avvalersi di un avvocato anche quando ne farebbe volentieri a meno, incluse una marea di procedure nelle quali l'avvocato non ha nessun margine di manovra tecnico e deve limitarsi a riferire fatti nudi e crudi su cui il giudice ha piena libertà di apprezzamento.
C'è poi il sistema delle farmacie, essenzialmente di stampo feudale. Per aprire una farmacia, un giovane farmacista che abbia tutte le qualifiche professionali richieste dalla legge, deve prima di tutto iscriversi al solito albo. A quel punto, siccome le farmacie attive sono prefissate per legge in un numero limitato in proporzione alla popolazione di un certo territorio, riuscire ad aprirne una resta un'impresa complicatissima. E' facile solo per chi la ottiene in eredità. Acquistarne una per un giovane è impossibile, visti i costi astronomici sopra il milione di euro. L'unica strada percorribile resta quella dei concorsi pubblici provinciali per l'assegnazione delle poche sedi farmaceutiche rimaste vacanti o di nuova istituzione. Il numero delle nuove licenza è tuttavia bassissimo ed i requisiti di esperienza, che includono anche un bagaglio di "pubblicazioni", sono semplicemente inarrivabili per la stragrande maggioranza dei farmacisti, giovani e meno giovani. Da qui, il teatrino delle parafarmacie ed il dibattito su chi, dove e come puo' vendere le diverse tipologie di farmaci.
I titolari delle farmacie si oppongono fermamente a qualsiasi ipotesi di liberalizzazione per l'ovvia ragione che il valore delle loro farmacie ne uscirebbe enormemente ridotto. Argomentano anche di aver investito tantissimo nell'acquisizione delle licenze (anche se moltissimi l'hanno semplicemente ereditata) e che non sarebbe giusto "derubarli" del loro investimento.
E c'è naturalmente la questione tragicomica delle licenze dei tassisti che si oppongono già alla semplice deregolamentazione delle barriere territoriali. Figuriamoci come reagirebbero se si abolissero le licenze e si prevedesse che chiunque ha i requisiti sostanziali richiesti dalla legge per l'esercizio dell'attività possa essere autorizzato ad esercitarla senza restrizioni sul numero massimo di autorizzazioni rilasciate. Scoppierebbe una mezza rivoluzione, perché oggi le nuove licenze sono rilasciate col contagocce e chi ne ha una, o la passa ai figli o la vende a prezzi che possono arrivare a centinaia di migliaia di euro.
Anche i tassisti, possono argomentare di aver pagato a caro prezzo la loro licenza (anche se molti l'hanno ottenuta gratuitamente o quasi dai Comuni da parecchi anni, o ricevuta in eredità dai padri) e che una vera liberalizzazione sarebbe "un furto" ai loro danni.
Sia per le farmacie, che per i taxi, si deve constatare che non possono essere gli errori del passato a giustificare gli errori di oggi e quelli di domani.
Se si ritiene impossibile politicamente liberalizzare immediatamente il settore e consentire a chiunque ne abbia i requisiti di aprire la propria attività, si potrebbe almeno cominciare col cancellare la possibilità di cedere o vendere ad altri le licenze. Quantomeno, il figlio del metalmeccanico FIAT avrebbe possibilità meno vergognosamente lontane da quelle dei figli dei farmacisti e dei tassisti di oggi di mettere a frutto i suoi studi e le sue capacità, e di competere ad armi quasi pari sul mercato del lavoro.
Link utili sulla manovra economica del governo Monti:
- Alternative sostenibili alle scelte del governo
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- Gli emendamenti del governo alla manovra economica
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alle 13:34
marco
PAROLE SANTE, condivido l'articolo al 100%!!!!