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Delocalizzazioni e sostenibilità: due strade inconciliabili

Mercoledì 4 Gennaio 2012, 18:24 in Crisi e conflitti, Economia e Globalizzazione di

Si parla di riforma del lavoro, disoccupazione e crisi economica, con tutta una serie di misure che rischiano di trasformarsi in un buco nell'acqua. Le cause della crisi italiana, tra delocalizzazioni e globalizzazione.

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La crisi economica italiana è la madre di buona parte delle difficoltà che i cittadini si trovano a fronteggiare. Dalla crisi del lavoro alle nuove povertà, molto dipende da come le imprese hanno deciso di posizionarsi dinanzi ad una certa evoluzione della globalizzazione.

La globalizzazione, intesa lessicalmente e senza connotazioni politiche, è la naturalissima conseguenza dell'evoluzione della tecnica che porta ad una riduzione virtuale delle distanze, ad un'intensificazione delle relazioni transregionali e transnazionali, ed a tutta una serie nuove opportunità. L'impostazione data oggi alla governance della globalizzazione, essenzialmente al servizio degli interessi della grande finanza e della grande imprenditoria, l'ha trasformata in un'inesauribile fonte di esternalità e diseconomie, con catastrofiche conseguenze sociali ed ambientali.

Le delocalizzazioni rappresentano uno dei fenomeni peggiori, resi materialmente possibili dalla globalizzazione e legittimati giuridicamente dagli accordi stipulati in seno all'Organizzazione Mondiale del Commercio.

Nell'ideale liberista, la teoria arriva ad azzardare che le delocalizzazioni contribuiscano alla creazione di un mondo meno ingiusto, perché spostano lavoro e ricchezza dai Paesi ricchi a quelli poveri, favorendo un avvicinamento tra le economie nazionali. Non è questo quello che sta accadendo.

La realtà si è dimostrata ben lontana dalle teorie astratte, e le delocalizzazioni hanno fatto la fortuna di molte aziende, dando alle popolazioni dei Paesi poveri salari magrissimi, in cambio di turni di lavoro massacranti e nessuna garanzia sindacale. Al contempo, nei Paesi dove un numero crescente di fabbriche continuano ad essere chiuse, le delocalizzazioni hanno portato disoccupazione e drammi sociali. I proventi della riduzione del costo del lavoro sono andati nelle tasche di imprenditori, super manager ed azionisti, aumentando il divario tra le condizioni economiche delle famiglie e distruggendo quella che era la cosiddetta classe media.

Le delocalizzazioni hanno anche fatto male, molto male all'ambiente, perché gli Stati che hanno accolto le fabbriche delocalizzate, pur di attirare le aziende straniere, le hanno lasciate libere di inquinare a costo zero: un danno che pagheranno anche e soprattutto i discendenti di chi oggi lavora per una manciata di euro al giorno nelle fabbriche europee trasferite in Cina e India.

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