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Europa politica, globalizzazione e crisi economica

Venerdì 6 Gennaio 2012, 08:45 in Crisi e conflitti, Economia e Globalizzazione di

La crisi economica italiana è argomento di dibattito permanente, ma si omette sistematicamente di ricordare come essa sia strettamente legata alla mancata gestione della globalizzazione da parte di entità sovranazionali dotate dei necessari poteri.

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La crisi economica, che ormai accompagna permanentemente le cronache giornalistiche, è figlia dell'incapacità (o forse di un difetto di volontà) della politica di governare la globalizzazione.

Dinanzi ad un'estensione esponenziale delle reti commerciali, nessuno Stato ha saputo, o voluto, difendere il lavoro dalla concorrenza sleale di quelle imprese che sistematicamente massimizzano i profitti sfruttando le divergenze tra le legislazioni, le iniquità economiche e sociali, e la possibilità di trasferire facilmente le proprie attività da un Paese all'altro.

Al contempo, nel vecchio continente si sono moltiplicate le forze politiche che hanno trovato nell'immigrazione e nell'UE il falso capro espiatorio delle crescenti difficoltà di troppi cittadini europei.

In Europa, c'è chi ha sostenuto che la crisi si risolverà lasciando maggiori libertà al mercato, e c'è chi ha puntato il dito contro i lavoratori stranieri che ruberebbero il lavoro.

E paradossalmente, proprio queste forze politiche, proponendo una visione mercantista della costruzione europea, opponendosi ad una maggior integrazione politica e sventolando i fantasmi dell'immigrazione di massa, hanno contribuito in misura decisiva ad un oscuramento della vera questione: le convenzioni stipulate in seno all'Organizzazione Mondiale del Commercio, ed in particolare gli accordi GATT e GATTS sulla liberalizzazione dei commerci e dei servizi.

Oggi, merci, servizi, commerci, attività finanziarie godono di libertà d'azione transnazionali enormi, clamorosamente superiori a quelle riservate alle persone. Società e imprese possono operare scegliendo in quale contesto legislativo muoversi e sfruttando quelle aree "senza legge" che derivano dalla mancanza di un coordinamento politico sovranazionale. L'obiettivo è la massimizzazione dei profitti, sempre, poco importa cosa possa accadere ai lavoratori ed all'ambiente. Senza una regolamentazione cogente, l'etica d'impresa si riduce a marketing ingannevole.

 

Qualche esempio:

L'elusione fiscale internazionale
L'elusione fiscale internazionale non è, a differenza dell'evasione, un fenomeno illegale. Riguarda un gran numero di società, enti, imprese, cittadini privati capaci di utilizzare le differenze tra le normative nazionali per sottoporsi al regime fiscale più favorevole. Per questo, molte compagnie hanno una loro sede o filiale in piccole isolette che offrono condizioni fiscali molto attrattive, e poi riescono, senza violare le leggi dei Paesi in cui operano, a trasferire la maggioranza dei profitti su quella sede.

L'elusione degli oneri ambientali
Nei diversi Paesi, ci sono legislazioni molto diverse per la tutela del capitale naturale. In alcuni, le norme sono piuttosto severe e le sanzioni per chi trasgredisce sono decisamente salate. Nella maggioranza dei casi, le normative nazionali sono o inesistenti, o carenti, o comunque inapplicate. La stessa attività produttiva ha costi molto diversi a seconda di dove viene esercitata. Le imprese cercano di risparmiare, sia in termini di costi necessari ad adattare le proprie installazioni alle esigenze dell'ambiente, sia in termini di potenziali penali o ammende. Il prezzo di produzione di un paio di scarpe in Cina è inferiore a quello delle stesse scarpe se prodotte in Italia, anche perché in Cina i costi dell'inquinamento sono quasi interamente a carico della collettività e della salute delle generazioni future.

Le differenze nel trattamento dei lavoratori
Orari di lavoro, salari, diritti sindacali, condizioni di lavoro, variano enormemente da Paese a Paese. In Cina, ma anche India, Turchia, Romania, Ungheria e in molti altri Paesi, le imprese pagano il lavoro molto meno che in Italia, Francia o Germania. La differenza non dipende solo dal diverso costo della vita, ma soprattutto dalla debolezza dei sindacati, dallo squilibrio nei rapporti di forza tra lavoratori e datori di lavoro, e, nondimeno, dal grado di libertà democratiche e dalle differenze culturali. In Romania, il costo della vita è circa la metà di quello in Italia, ma salari e pensioni difficilmente arrivano ad un quarto di quelli italiani. Per questo, i rumeni cercano fortuna massicciamente nel resto dell'Europa. 

Libera circolazione delle merci e pubblicità ingannevole
Mozzarelle tedesche, calzini dal Bangladesh, bambole dalla Cina, camicie dall'India, maglioni dalla Turchia: in Italia è sempre meno facile trovare prodotti realmente fabbricati in Italia. I nomi delle marche, anche celebri, sono spesso gli stessi di sempre, ma la produzione è stata trasferita in Paesi con manodopera a basso costo. Tante imprese hanno chiuso in Italia ed hanno riaperto da quelle parti, tanti lavoratori italiani si sono ritrovati disoccupati ed altrettante donne e uomini di Paesi lontani sono ridotti a lavorare in condizioni che qui nessuno accetterebbe.

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