Riforma del lavoro: contratto unico e altre ipotesi

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La riforma del lavoro è alle porte. Il governo Monti pensa ad un contratto unico ispirato ai principi della flexsecurity: meno ostacoli legali ai licenziamenti, maggiori garanzie economiche ai lavoratori licenziati a carico delle imprese.

Immagine di anteprima per governo Monti.jpgLa riforma del lavoro è il tema centrale della Fase 2 dell’agenda del governo Monti. Un contratto unico che regoli tutte le tipologie di lavoro dipendente è il grande obiettivo che il Presidente del Consiglio ed il Ministro Elsa Fornero mirano a realizzare.

La parola d’ordine nel dibattito sulla riforma del lavoro è flexsecurity, cioè un sistema che coniughi flessibilità del lavoro, certezza di un adeguato trattamento del lavoratore, anche se licenziato, e politiche attive per l’occupazione.

Il modello è quello dei Paesi scandinavi e la filosofia di fondo parte dal concetto di Responsabilità Sociale d’Impresa (CSR-Corporate Social Responsibility).

La riforma del lavoro, improntata alla flexsecurity, dovrebbe assicurare regole uguali per tutti, con la fine della distinzione tra lavoratori di Serie A e di Serie B, l’addio alla moltitudine di forme di lavoro precario, ma anche la rinuncia a privilegi, o presunti tali, per alcune categorie di dipendenti.

I numeri della crisi del lavoro in Italia sono noti: tassi di disoccupazione elevati, soprattutto tra i giovani; pochissima mobilità sociale; capacità e merito sacrificati sull’altare di raccomandazioni e logiche clientelari.

La riforma del lavoro che il Ministro Fornero ha in mente sembra ispirarsi alla proposta del giuslavorista Pietro Ichino.

Tutti i contratti di lavoro, dopo un eventuale periodo di prova di 6 mesi, sarebbero a tempo indeterminato, con eccezione di lavori stagionali, co.co.co ed a progetto se sopra i 40.000 euro annui. L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori sarebbe sostanzialmente accantonato, con l’obbligo di reintegro del lavoratore licenziato che scatterebbe solo per i licenziamenti discriminatori. La discriminazione sarebbe presunta dopo 20 anni di servizio, per prevenire i licenziamenti fondati sull’età anagrafica. Diverrebbe sempre giustificato, dopo un preavviso commisurato all’anzianità di servizio, il licenziamento per motivi economici, tecnici e organizzativi, mentre nei casi di licenziamenti ingiustificati non discriminatori, il datore di lavoro avrebbe solo il dovere di corrispondere un indennizzo commisurato all’anzianità della collaborazione (fin qui, la parte flex della flexsecurity).

Il lavoratore licenziato dalle aziende con oltre 15 dipendenti, riceverebbe un’indennità di disoccupazione pari al 90% dell’ultimo salario nel primo anno, all’80% nel secondo ed al 70% nel terzo (ed ecco la parte security). Questa indennità dovrebbe essere corrisposta dall’azienda. Dopo il licenziamento, i rapporti tra l’azienda ed il lavoratore licenziato continuerebbero quindi in una nuova forma. L’azienda avrebbe l’onere di aiutare il lavoratore licenziato nella ricerca di un nuovo impiego e sarebbe tenuta per i primi tre anni di disoccupazione involontaria a garantire l’indennità secondo le percentuali precedentemente indicate. Al contempo, il lavoratore licenziato avrebbe anch’egli dei doveri di diligenza e buona fede nella ricerca di un nuovo impiego e l’obbligo di seguire le indicazioni utili offerte in tal senso dalla sua ex azienda.

La proposta Ichino, già contenuta in un apposito disegno di legge, si applicherebbe esclusivamente ai nuovi contratti, mantenendo immutata la situazione dei lavoratori già assunti a tempo indeterminato.

Secondo altre ipotesi di riforma, come quella proposta dagli economisti Boeri e Garibaldi, il nuovo contratto di lavoro sarebbe sempre e per tutti a tempo indeterminato, ma nei primi tre anni si sostanzierebbe in una fase di inserimento nella quale non sarebbe applicabile l’articolo 18. Il lavoratore licenziato ingiustamente nei primi tre anni avrebbe diritto solo ad un indennizzo economico e gli si applicherebbero le attuali regole in materia di disoccupazione.

Mentre la proposta Boeri-Garibaldi si focalizza sull’obiettivo di favorire le nuove assunzioni, rendendole poco impegnative per i datori di lavoro che avranno tre anni di tempo per decidere se assumere a tempo indeterminato o meno, la proposta Ichino sembra più articolata ed è potenzialmente idonea ad introdurre un’autentica rivoluzione nel mercato del lavoro di domani

La riforma del lavoro Ichino, se da un lato rende più facili i licenziamenti ed introduce una generale flessibilità per tuttii neoassunti, al contempo prevede un sistema di indennità di disoccupazione assolutamente di prim’ordine.

Un dato fondamentale che aiuta a comprendere la profondità della proposta, è il fatto che quattro posti di lavoro su cinque sono oggi riempiti col ricorso a reti informali di segnalazione e raccomandazione. I primi a sapere dove un posto di lavoro è disponibile sono proprio le aziende, mentre quello stesso impiego resta il più delle volte non divulgato attraverso mezzi di informazione e invisibile ai singoli lavoratori. Porre proprio sulle aziende la responsabilità del ricollocamento è una scelta di ancor maggior acume se si considera che nella maggioranza dei Paesi nei quali questo compito è invece assegnato ad uffici pubblici, essi raramente riescono a raggiungere lo scopo.

La proposta di riforma di Ichino non rende necessariamente meno rischioso per le aziende effettuare nuove assunzioni, ma predispone un sistema nel quale sono le aziende che licenziano ad avere la massima convenienza in una rapida riassunzione del lavoratore. Non porterebbe ad un immediato aumento del tasso di occupazione (dipendente essenzialmente non dalle leggi sul lavoro, ma dalle condizioni dell’economia), ma ridurrebbe enormemente le devastanti conseguenze sociali del precariato dando concrete garanzie di futuro al lavoratore licenziato.

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