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Riforma del lavoro: il sussidio di disoccupazione

Martedì 21 Febbraio 2012, 22:50 in Economia e Globalizzazione, Politica italiana di

Sulla riforma del lavoro, difficile l'intesa tra governo e sindacati. CGIL, CISL e UIL temono che il superamento del sistema della cassa integrazione si traduca in minori tutele per i lavoratori.

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Nel dibattito sulla riforma del lavoro lanciato dalle proposte del governo Monti ed in particolare dal Ministro Elsa Fornero, un ruolo preminente assume l'ipotesi di abolire la cassa integrazione straordinaria per sostituirla con un sistema riformato di sussidi ordinari di disoccupazione.

L'idea di un rafforzamento degli ammortizzatori sociali con un contestuale superamento dell'articolo 18 è destinata ad infiammare le prossime settimane. 

Attualmente, solo un numero molto ristretto di coloro che perdono il lavoro sono protetti da ammortizzatori sociali degni di questo nome. Si tratta per lo più di lavoratori alle dipendenze di aziende di grandi dimensioni coinvolte in ristrutturazioni o riduzioni considerevoli del personale impiegato. La maggioranza dei lavoratori oggi non ha la possibilità di beneficiare delle prestazioni della cassa integrazione, e tra essi i lavoratori cosiddetti precari sono i meno protetti ed i meno garantiti.

Se si considera che, su cinque nuovi assunti, quattro devono accontentarsi di contratti a tempo determinato, deve necessariamente concludersi che in futuro la cassa integrazione avrà un ruolo sempre più ristretto.

Il governo annuncia di voler cambiare completamente l'attuale sistema di ammortizzatori sociali, estendendoli anche a coloro che finora ne sono stati esclusi. Nelle intenzioni del governo, c'è anche un cambiamento del sistema di finanziamento: se oggi la cassa integrazione è finanziata quasi esclusivamente dallo Stato, domani il nuovo sussidio di disoccupazione sarà alimentato soprattutto dalle aziende.

A queste ipotesi di riforma i sindacati replicano rinnovando perplessità in parte analoghe a quelle sollevate subito dopo le prime dichiarazioni del Ministro Fornero sulla possibilità di introdurre il cosiddetto reddito minimo garantito. Allora, i sindacati si chiesero dove sarebbero state trovate le necessarie risorse finanziarie ed espressero critiche ancorate anche alla riforma delle pensioni, chiedendo che il reddito minimo garantito non oscurasse la questione prioritaria dei diritti dei pensionati. Ora, i sindacati ribadiscono le perplessità su come potrà essere finanziato il nuovo eventuale sistema delle indennità di disoccupazione, temono che la durata del diritto possa essere molto più breve rispetto all'attuale cassa integrazione e le indennità riconosciute ai lavoratori licenziati notevolmente inferiori a quelle garantite dal sistema attuale. Temono che i nuovi oneri finanziari a carico delle aziende si traducano in maggiori costi del lavoro, con possibili effetti negativi sui salari e sulle condizioni lavorative. Sentono la responsabilità di tutelare anzitutto quei lavoratori che tradizionalmente ottengono il massimo della protezione sindacale, i dipendenti di quel che resta della grande industria italiana del passato. Vivono la preoccupazione che attraversa la gran parte dei sindacati europei dinanzi all'evidente tendenza alla cancellazione di molte conquiste sindacali degli ultimi decenni sull'altare delle esigenze della competitività in un contesto globalizzato dove le imprese del vecchio continente affermano di non poter tenere il passo di quelle dei Paesi emergenti a causa delle clamorose differenze nel costo del lavoro. Non si fidano molto di un governo che finora ha posto la gran parte dei sacrifici richiesti dalla crisi economica sulle spalle dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. Non si fidano di un governo che sembra orientato, attraverso la cosiddetta flexsecurity, a ridimensionare l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori in cambio di forme di reddito garantito tutte da definire.

E probabilmente guardano con un certo sospetto a prospettive di riforma che, spostando l'oggetto delle garanzie sociali dal lavoro al reddito minimo e riducendo i margini d'azione in materia di licenziamenti, inevitabilmente finiscono col ridimensionare il ruolo storico dei sindacati.

E tuttavia, ferma la validità di parte delle obiezioni sindacali, sembra necessario riconoscere che l'attuale sistema degli ammortizzatori sociali merita davvero di essere rivoluzionato. Rafforzare l'esistente non è una strada né percorribile né sostenibile. Estendere le tutele della cassa integrazione ai lavoratori licenziati che ne sarebbero esclusi, ai neo-laureati senza lavoro ed ai precari, è semplicemente impossibile senza cambiare alla radice il sistema di finanziamento. Non è immaginabile che gli ammortizzatori sociali per i disoccupati possano essere finanziati andando a pescare nel pozzo senza fondo delle casse pubbliche. 

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