Riforma del lavoro: cosa cambia nei licenziamenti

Scritto da: -

Il governo monti ha presentato la sua attesa riforma del lavoro. Cambia radicalmente l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, e probabilmente il reintegro del lavoratore ingiustamente licenziato diverrà una rarità.

Immagine di anteprima per monti_napolitano_manovra.jpg

La riforma del lavoro proposta dal governo Monti rivoluziona l’attuale assetto sancito dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Le nuove norme, motivate ufficialmente dall’intento di tutelare tutti, ponendo fine alle differenze di trattamento tra lavoratori molto protetti ed altri privi di qualsiasi protezione, dettano una disciplina differenziata a seconda delle motivazioni che hanno portato al licenziamento e rivoluzionano l’attuale assetto dell’onere della prova nei processi dinanzi al giudice del lavoro.

Vediamo quali sono le nuove norme, ed in che misura potranno cambiare le regole in materia di licenziamento.

1. I licenziamenti discriminatori
Attualmente, l’articolo 18 prevede, per i licenziamenti ingiustificati ai danni di lavoratori assunti con contratto indeterminato in aziende private con oltre 15 dipendenti, l’obbligo di reintegro previa sentenza del giudice del lavoro. Nel caso in cui il lavoratore si opponga al licenziamento, l’onere della prova grava sul datore di lavoro che deve dimostrare la fondatezza del licenziamento.
I licenziamenti discriminatori, essendo per definizione ingiusti, continueranno a portare al reintegro del lavoratore ingiustamente licenziato. Il reintegro dovrà avvenire anche per le aziende che occupino meno di 15 dipendenti per i quali finora era previsto solo il versamento di un’indennità.
Le nuove norme proposte dal governo Monti indicano come discriminatori i licenziamenti effettuati per motivi religiosi, sindacali, politici, razziali, e prevedono l’obbligo del reintegro anche per i licenziamenti che avvengono per un motivo illecito, come in vista di matrimonio o a causa di una gravidanza della donna lavoratrice.  Il datore di lavoro dovrà motivare sempre per iscritto il licenziamento. Dal momento che nessun datore di lavoro dotato di un minimo di buon senso indicherà mai nella motivazione del licenziamento un motivo discriminatorio o illecito, questo dovrà essere sempre individuato dal giudice nel processo. Sarà il lavoratore licenziato a dover provare l’esistenza del motivo discriminatorio o illecito al posto del motivo dichiarato.

2. I licenziamenti disciplinari (o soggettivi)
I licenziamenti disciplinari sono quelli disposti a causa del comportamento soggettivo del lavoratore (inosservanza delle mansioni, ritardi, inadempienze, condotte lesive degli interessi aziendali, commissione di reati che compromettano il rapporto fiduciario con l’azienda). Attualmente, per le aziende con oltre 15 dipendenti, l’articolo 18 stabilisce che, se il licenziamento, anche disciplinare, è ingiustificato, il giudice ne decreta la nullità e dispone la reintegrazione nel posto di lavoro. Con la riforma del lavoro,  sempre e solo per le aziende con oltre 15 dipendenti, il governo distingue tra i singoli casi di licenziamento disciplinare ingiustificato, prevedendo solo per alcuni di essi l’obbligo del reintegro. L’obbligo di reintegro rimane nei casi di licenziamento disciplinare derivante dall’addebito al lavoratore di un fatto insussistente, nonché in tutti quei casi nei quali il fatto, pur sussistente, sia di tale natura da giustificare solo una sanzione disciplinare minore, ma non il licenziamento, secondo quanto previsto dal contratto collettivo applicabile. Per gli altri licenziamenti disciplinari, cioè per comportamenti per i quali i contratti non prevedano l’irrogazione di sanzioni minori, se anche il licenziamento dovesse apparire ingiustificato (in rapporto ad esempio alla lieve entità del fatto), il lavoratore avrà diritto solo al versamento di un certo numero di indennità, tra un minimo di 15 ed un massimo di 27 mensilità. Per le aziende con meno di 15 dipendenti, nulla muta in relazione ai licenziamenti disciplinari, restando in vigore le norme attualmente applicabili. Nel caso in cui il licenziamento disciplinare nasconda una motivazione discriminatoria, si applicano le disposizioni sul reintegro previste per i licenziamenti discriminatori. Dinanzi al giudice, la sussistenza del motivo disciplinare è desunta dalla motivazione indicata nella lettera di licenziamento. Spetta al lavoratore provare che il licenziamento disciplinare nasconde un motivo discriminatorio, o è comunque ingiustificato, e spetta sempre al lavoratore dimostrare che nel caso concreto sussistono le condizioni per il reintegro, e non il solo diritto al versamento delle indennità.

3. I licenziamenti economici
Per i licenziamenti economici, o oggettivi, anche se ingiusti, la riforma elimina il diritto del lavoratore alla reintegrazione nelle aziende con oltre 15 dipendenti, a meno che la motivazione ufficiale non nasconda in realtà un motivo discriminatorio o disciplinare. Si definiscono economici o oggettivi, tutti quei licenziamenti effettuati per ragioni aziendali (riorganizzazione, evoluzione tecnologica, ecc). Se un’azienda di medie o grandi dimensioni licenzia alcuni lavoratori, e non altri, per motivi oggettivi, dovrà spiegare le ragioni della sua scelta in una procedura di conciliazione che coinvolgerà i sindacati, non potrà adibire alle funzioni del lavoratore licenziato un altro lavoratore e non potrà assumere nuovi dipendenti per un certo periodo di tempo. In ogni caso, il lavoratore ingiustamente licenziato non avrà diritto al reintegro, ma solo ad una indennità pari al massimo a 27 mensilità. Grava sul lavoratore l’onere della prova dell’eventuale carattere disciplinare o discriminatorio di quel licenziamento.

L’impressione è che, se approvata in questi termini, la riforma dell’articolo 18 darà molto, moltissimo lavoro ai tribunali. Se finora i giudici del lavoro, per le aziende di medie-grandi dimensioni, una volta accertato il carattere ingiustificato del licenziamento, o comunque l’inconsistenza delle prove addotte dal datore di lavoro, potevano ordinare il reintegro senza ulteriori accertamenti, domani il loro lavoro sarà decisamente più complicato, anche se il governo mira a velocizzare i processi in materia di lavoro. I giudici si ritroveranno in mano la lettera di licenziamento, con le motivazioni indicate dal datore di lavoro (disciplinari o economiche), mentre il lavoratore tenterà di provare che il licenziamento è in realtà discriminatorio o disciplinare, comunque ingiusto e tale da imporre la necessità di un reintegro. E si tratterà, spessissimo, di una valutazione difficile e complicata, non solo sulla questione dell’esistenza o meno di una giusta causa del licenziamento, ma anche su quella di determinare esattamente di che tipo di licenziamento si tratti.. 

L’effettiva portata della rivoluzione sull’articolo 18 dipenderà moltissimo dalle eventuali modifiche che saranno adottate dal Parlamento, e soprattutto da come i giudici interpreteranno la nuova distribuzione dell’onere della prova.

Vota l'articolo:
Nessun voto. Potresti essere tu il primo!  
 
 

© 2004-2014 Blogo.it, alcuni diritti riservati sotto licenza Creative Commons.
Per informazioni pubblicitarie e progetti speciali su Blogo.it contattare la concessionaria esclusiva Populis Engage.

Sostenibile.blogosfere.it fa parte del canale Blogo Sport di Blogo.it Srl socio unico - P. IVA 04699900967 - Sede legale: Via Pordenone 8 20132 Milano